giovedì 22 novembre 2007

Ringraziando qualcosa

Okay, okay, evidentemente ho abbandonato questo blog quando era ancora neonato. Sono passati quattro mesi da quando ho scritto qui, e non posso offrire tante scuse: anche se io mi abbia sentito molto occupato negli ultimi mesi, la verità è che non ho fatto tanto con la vita. Quest'anno è diventato un periodo un poco eremitico, e mi trovo in una routine quotidiana che mi va bene, anche se la vita sia diventata un poco monotona. Faccio il pendolare — tra 90 e 120 minuti sul treno e metrò per andare all'ufficio, e poi un altro paio di ore per tornare a casa. L'ora di pranzo mi porta in palestra all'università dove lavoro, però dopo parecchi mesi non vedo tantissimo progresso, almeno con la corsa. Con il sollevamento pesi c'è stato progresso, e mostro scherzosamente (ma con un pochino di orgoglio) i miei nuovi « biceplets » (bicipitini) agli amici. Risparmio soldi, pago le spese e i prestiti universitari, esco ogni tanto con gli amici che rimangono qui a New York, e penso al futuro, indovinando dove mi porterà la via davanti.

Ora che vi ho fatto addormentarvi, cambio argomento. Qui negli Stati Uniti, oggi è la festa di Thanksgiving (Ringraziamento). Oltre al 4º di luglio e altre osservazioni piuttosto patriottiche, il Thanksgiving è l'unica festa veramente nordamericana; il giorno è presumibilmente una celebrazione dell'abbondanza del raccolto autunnale, ma è diventato un'opportunità per parenti sparsi di riunirsi al tavolo per fare un pasto straordinariamente ampio. Dopo la cena di Thanksgiving, si può trovare in quasi ogni casa negli Stati Uniti le persone che non possono alzarsi dal tavolo per ragione d'aver mangiato troppo. È un modo interessante da commemorare i pellegrini puritani che ebbero venuti dall'Inghilterra per fondare la colonia del Massachusetts nel 1621.

Ogni americano vi può raccontare la storia « ufficiale » del primo Thanksgiving. Siamo tutti indottrinati con questa storia; infatti, è una delle storie centrali della mitologia statunitense che impariamo a scuola qui. I puritani furono partiti dall'Inghilterra nella nave Mayflower, cercando nel « nuovo mondo » un luogo da evitare le persecuzioni religiose della patria inglese. La Mayflower arrivò al Massachusetts e i pellegrini sbarcarono vicino alla Roccia di Plymouth. Dopo un inverno brutale, Squanto, uno degli Wampanoag (gli abitanti indigeni della zona), aiutò i puritani a coltivare la terra, e poi con il primo raccolto, i coloni e i nativi si sederono insieme per una grande cena di tacchino, in completa armonia. Perfetto, no?

Questa immagine vivida dei « padri pellegrini » è probabilmente la prima cosa che viene in mente quando un americano ode la parola Pilgrim (pellegrino). Infatti, l'immagine è molto specifica; basta solo cercare 'pilgrim' nella ricerca di immagini di Google per capire come sono vestiti i pilgrim americani. Gli uomini sono sempre dipinti vestiti tutto in nero, con un cappello alto con una grossa fibbia quadrata. Le donne portano sempre un vestito nero e semplice, con grembiule e cuffia bianchi. Ogni bambino americano di cinque anni può identificare i pilgrims; così si capisce come sono un simbolo potente nella mitologia americana.

E poi è molto facile trovare problemi con questa narrazione. I pilgrims furono in un certo senso fanatici religiosi che seguirono una specie di fondamentalismo cristiano così stretto che tanti della nuova comunità a Massachusetts furono espulsi, andando a fondare altre colonie, inclusi Connecticut e Rhode Island. Squanto, invece di essere un amico rispettato, fu portato in Inghilterra come schiavo, e l'arrivo dei coloni fu l'inizio della distruzione sistematica della maggior parte delle culture native dell'America del Nord. E la tradizione del Thanksgiving, anche se riflette gli avvenimenti del 1621, è stato creato come festa nazionale nel 1864, più di due secoli dopo.

Così la storia tradizionale del Thanksgiving è evoluta alla celebrazione attuale. Milioni di americani viaggiano a casa per la cena di Thanksgiving, che include un tacchino farcito arrostito, la salsa di cranberry (il mio Ragazzini mi dà la traduzione 'mirtillo palustre', e la Wikipedia italiana dice 'ossicocco'), purè di patate, patate dolci e altri contorni, e crostate di mela e di zucca. È un pasto che gli americani aspettano tutto l'anno, e la mia famiglia non è un'eccezione.

Entrambi i miei genitori sono nati in Italia, e tutti e due sono arrivati qui in America con i loro genitori, fratelli e sorelle. Passiamo il Thanksgiving solitamente dalla famiglia di mio padre, che sono arrivati a New York nel 1969. Ogni anno la lenta americanizzazione della mia famiglia avanza, però ci sono sempre tracce della nostra italianità, anche se dai tredici nipoti americani di mia nonna, io sono l'unico che parla e scrive l'italiano. La lingua franca del nostro tavolo di Thanksgiving è sempre l'italiano (o più precisamente il dialetto napoletano). Quando ero piccolo, le zie e la nonna preparavano il tacchino e tutto il resto, ma anche le lasagne o la pasta al forno! Già la cena americana è molto da mangiare; la pasta asciutta era troppo, e l'abbiamo abbandonata parecchi anni fa. Però facciamo sempre gli antipasti italiani (al tavolo dei miei amici americani-americani non ci sarebbe mai un piatto di olive a Thanksgiving!) e poi alla fine una cassata siciliana, caffè italiano, e nocciole e castani arrostiti. Oggi mentre prendevamo il caffè abbiamo guardato lo spettacolo « Affari tuoi » dalla Rai che arriva via satellite, ma solo dopo la fine della partita di football americano (un'altra tradizione di Thanksgiving) che i miei cugini avevano guardato prima.

Storia problematica a parte, il Thanksgiving è una cosa bella. Non posso essere di disaccordo con una festa che glorifica il mangiare così tanto. Nato qui, nel mio sangue c'è un forte amore per le patate dolci e la farcia e la crostata di zucca, e poi i miei parenti nati in Italia hanno imparato ad amare questo mangiare nordamericano. Diverse forze contribuiscono alla natura ibrida della mia famiglia e della mia identità culturale, e sono cosciente di queste forze in particolare ogni quarto giovedì di novembre. Adesso devo decidere quanta distanza devo correre per lottare contro queste calorie. :)

venerdì 6 luglio 2007

Il newyorkese comincia

Visto che mi sono laureato in italiano pochi mesi fa, la necessità di continuare a scrivere in italiano mi pare ancora più forte. Il mio rapporto con la lingua italiana è sempre stato un poco fragile; senza vivere in Italia, e senza usare l'italiano ogni giorno, c'è sempre il pericolo di perderlo, e così ho cominciato questo blog. Non so ancora se scriverò qui spesso, o se lo farò ogni tanto, ma voglio, a parte di prendere un po' di pratica in scrittura, condividere i pensieri di un italoamericano che è prodotto di entrambe le culture, anche se a volte tutt'e due sembrino straniere.